Bilia e il suo rospo

Andezeno e la Chiesa di San Domenico a Chieri sono legati ad alcune donne che presentano molte analogie con la figura classica della “strega notturna”. Ad esempio si riunivano, e a San Domenico venne sepolta una di esse che, in vita, non subì evidentemente persecuzioni di sorta.

Di queste donne, parla Antonio Galosna di San Raffaele, messo al rogo come eretico a Torino nel 1388, nel corso delle sue deposizioni rese lo stesso anno all'inquisitore Antonio di Settimo di Savigliano.

Galosna (dalle cui deposizioni traspare un'eterodossia venata da numerosi elementi di dualismo cataro) racconta di aver partecipato nel 1365 (ossia 23 anni prima) alle riunioni di un gruppo ereticale che si tenevano ad Andezeno nella casa di un certo Laurentius de Lormea.

Egli, Galosna, fungeva da portinaio; nelle riunioni, che iniziavano “quando gentes de terra ierant ad dormitionem circa primum sompnum” e proseguivano fino all'alba, si mangiava e si beveva “cum leticia magna”; si svolgeva inoltre il rito della distribuzione del pane edi una bevanda, dopodiché si spegevano i lumi, veniva pronunciata la frase “qui habt, teneat” ed iniziava un'orgia. Un elemento, quest'ultimo, che contrasta con il rigore eretico ed evangelico e con l'austerità di tanti eretici: qui si aprirebbe (ma non è questa la sede) la discussione sull'attendibilità delle deposizioni rese agli inquisitori spesso sotto tortura (la subì anche Galosna), e comunque filtrate dalla sensibilità degli inquisitori stessi.

Torniamo alla descrizione resa da Galosna a proposito di quel che avveniva ad Andezeno. Fin qui il suo racconto ricalca le deposizioni relative ad altri gruppi ereticali piemontesi cui lo stesso Galosna dice di aver partecipato: di solito era un uomo, il “magister”, a distribuire il pane; talvolta il compito di distribuire la bevanda ad una donna, la “magistra”.

Perlopiù l'inquisitore dedicava subito l'attenzione all'identificazionedel “magister”. Ma a proposito di Andezeno, Antonio di Settimo di Savigliano chiede subito “quet esset maior inter muliers”, chi era la donna più importante. Bilia la Castagna, ormai defunta, risponde Galosna. E prosegue: ella offriva all'inizio delle riunioni un “poculum”, una bevanda che portava con sé in un'ampolla. Una bevanda “turpis aspectu”; chi ne avesse bevuta troppa sarebbe gonfiato tantissimo, come capitò a un tale che quasi ne morì. Chi l'avesse sorseggiata anche una sola volta non avrebbe potuto abbandonare il gruppo ereticale.

Bilia, prosegue Galosna, confezionava questa bevanda la vigilia dell'Epifania, sul tardi, vicino al fuoco. Gli ingredienti erano lo sterco di un grosso rospo che ella, come si diceva (“fama erat”), teneva sotto il letto, e nutriva con carne, pane e formaggio. Inoltre capelli bruciati della stessa Bilia e peli pubici.

Le tenebre notturne; un animale, il rospo, ai più repellente, comunque caratterizzato simbolicamente in senso negativo, spesso definito demoniaco e collegato alle streghe; i capelli che secondo l'immaginazione popolare sono sede della forza vitale e di cui spesso si preoccupano i riti magici: a questi elementi “stregoneschi” va aggiunto il fatto che il proseguo della deposizione resa da Galosna configura quasi un apprendistato tramite il quale una donna affiancava Bilia per essere in grado di assumere, dopo di lei, il titolo di “magistra”. E che comunque alcune donne erano più vicine a Bilia (“socie”, le definisce Galosna) rispetto alle altre.

Del gruppo eterodosso di Andezeno facevano parte, dice Galosna, una trentina di uomini (fra cui Ruffinus Dexena, ancora vivo al tempo della deposizione di Galosna, ossia 23 anni dopo i fatti di cui egli parla, e diventando nel frattempo canonico di Santa Maria Maggiore di Chieri, l'attuale duomo) e sette donne: innanzitutto Bilia la Castagna, poi Leona la Tortora (o la Cortona), Alaxia de Garzo, Cathalona de Solario, Alaxona la Lauriana, Agnexina la Lera, Iacobona la Buza.

In un primo tempo, affiancò Bilia (ne fu “socia”, per usare il vocabolo impiegato da Galosna) Leona la Tortora, che al tempo della deposizione di Galosna era ormai morta e sepolta in San Domenico; poi Bilia ebbe un'altra “socia”, Alaxia de Garzo, “que magistra est in superstitione predicta”, come depose Galosna. Egli attribuisce l'epiteto di “socia” di Bilia anche a Alaxona la Lauriana. Ma colei che successe a Bilia fu ancora ora un'altra donna: Agnexina la Lera, moglie di Alerius de Furno, a sua volta fratello di Bilia. Agnexina , dice Galosna e il suo rospo trovano spazio anche nel famoso “Storia notturna” di Carlo Ginzburg, che li pone, per così dire, alle radici del sabba, ossia fra i primi elementi riconducibili alla formazione del modello del raduno notturno al quale per secoli uomini e donne di tutta Europa furono accusati di partecipare.

L'immagine “classica” del sabba contempla la presenza del demonio, banchetti, orge sessuali, profanazione di riti cristiani, cerimonie antropofagiche. Al di sotto di questa descrizione, Ginzburg intravede un sostrato antichissimo di miti e riti eurasiatici a sfondo sciamanico. Lo sciamano domina gli spiriti, a differenza di quanto avviene nell'Africa continentale e anche in America dove troviamo invece fenomeni di possessione spiritica: l'individuo o in balìa degli spiriti e ne viene dominato. Ginzburg collega l'estasi sciamanica all'uso di sostanze vegetali psicotrope, fra cui il fungo amanita muscaria, che in molte lingue e dialetti indoeuropei (francese compreso) ha nomi di tipo “fungo rospo” o “pane di rospo”.

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