Classe 3° B 99/00

Le autrici

       La porta di cristallo

         di Anna Gastaldi

PERCHÉ NON AMICI?

       THE FUTURE           WRITERS

       Vita da schiavo

      di Medda Jessica

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la porta di cristallo

Giorgia era la figlia di un negoziante di calzature. Il negozio si trovava proprio nel centro storico di una città. Un giorno sua madre le disse di andare dal fruttivendolo per acquistare un cavolo. Lei ci andò e quando chiese che voleva, il commesso le consigliò di andare nel retro del negozio per fare la sua scelta. A lei scivolò dalla tasca un tarì che rotolò sotto l’apertura di una porta nascosta; appena la moneta scomparve nell’oscurità, lei vide un bagliore. Giorgia, incuriosita, aprì la porta e davanti a lei comparve una grande vetrata di cristallo purissimo e dentro la stanza un giovane in abiti regali, che la fissava.

Giorgia, benché avesse già un fidanzato delizioso, se ne innamorò immediatamente.

Il ragazzo le raccontò la sua triste storia. Rocco, era questo il suo nome, la pregò di non portare nessuno in quella stanza, altrimenti lui sarebbe sparito per sempre, le raccomandò inoltre di tornare tutti i giorni a trovarlo. La ragazza, dopo aver ascoltato le sue toccanti parole, uscì dal negozio e subito inviò un messaggio col telefonino alla sua amica del cuore, dicendole di andare immediatamente a casa sua, perché aveva un problema da risolvere e avrebbe voluto parlarle.

Chiara arrivò subito, così Giorgia le raccontò la vicenda di un bellissimo principe rinchiuso per sempre dalla madre dietro a una porta di cristallo, perché si rifiutava di sposare la fanciulla a lui predestinata. Rocco, reso immortale, non avrebbe dovuto vedere alcuna ragazza, se non quella che sarebbe dovuta divenire la sua futura sposa.

Questa remota storia riguardava Rocco, figlio della baronessa di Lucania e Giorgia, ragazza destinata dal fato a diventare sua moglie. Chiara e Giorgia passarono tutto il pomeriggio a documentarsi sulla storia della regione. Si recarono negli archivi e nelle biblioteche, visionarono diapositive e scoprirono così che Palazzo San Gervasio fu la sede dell’antica casata di Svevia. Principi normanni eredi di Federico II° e Costanza D’Altavilla, furono signori di queste terre e il Principe Manfredi di Svevia, alto, biondo, bello e coraggioso, dimorò in questi luoghi prima della guerra di Benevento.

Le due amiche si recarono in un negozio di abbigliamento per comprare dei vestiti moderni per Rocco, che indossava pantaloni di velluto nero infilati in lunghi stivali, mentre un mantello turchese era posato sulle sue robuste spalle.

Il giorno seguente Giorgia si recò dal principe per fargli visita, ma l’amica, di cui lei si fidava, la seguì fino alla porta di cristallo, tradendola. Il principe scomparve nel nulla e Giorgia incominciò a disperarsi. Il giorno dopo lei ricevette un e-mail in cui vi era scritto che, se voleva salvare il principe, avrebbe dovuto trovare la cripta di un antico monastero dove era sepolta la corona del principe scomparso nel nulla.

Recuperata la corona, avrebbe dovuto riportarla nella stanza dalla porta di cristallo ed incastrarla in un’apposita apertura. Le indicazioni le sarebbero state fornite da una vecchia signora, che abita ancora oggi in una delle case suggestive dei "Sassi di Matera".

Recandosi all’incontro, Giorgia gustò il piacere di un tuffo nel passato: la vecchina stava seduta, aveva un grosso fazzoletto nero legato sotto il mento e un viso solcato dalle rughe del tempo; nella stanza dove Giorgia fu accolta si respira l’aria di un misto tra sapori antichi e moderni come l’odore della roccia calcarea e i profumi della cucina.

La vecchia le disse che il monastero che lei andava cercando stava aggrappato alla costa ovest del monte Pollino, ma per giungere allo scopo della sua missione avrebbe dovuto arrampicarsi a piedi lungo gli scoscesi pendii. Solo assaporando il piacere e il gusto di immedesimarsi con una natura che può essere generosa, ma sa anche mettere a dura prova la resistenza dell’uomo, avrebbe acquisito la forza necessaria per aprire lo scrigno, dove era contenuta la corona. Lo scrigno era custodito nella cripta sotto l’altare maggiore e aveva un grosso chiavistello, che poteva essere aperta solo da chi fosse dotato di quella particolare forza.

Giorgia seguì le indicazioni e, inerpicandosi su per la montagna, provò gioia e timore per una natura ancora intatta e misteriosa e capì quanto è difficile per l’uomo trovare il giusto equilibrio fra i suoi bisogni e i bisogni dell’ambiente che lo circonda.  Fu così che trovò la forza necessaria, per aprire lo scrigno, recuperare la corona e salvare il suo principe. Dopo la faticosa avventura i due ragazzi si sposarono.

Durante il matrimonio, Rocco perse l’immortalità diventando un giovane dei nostri tempi.  Questo racconto è stato tratto dalla storia popolare "Filodoro e Filomena", trasformata in chiave moderna.

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                            PERCHE' NON AMICI?

 

Ricordo ancora il lieve tepore del vento che mi accarezzava il viso, il profumo di lavanda che aleggiava dolcemente nella calda aria d'estate, il sapore del mosto appena lavorato.

E pensare che non avrei mai creduto di trovare dei luoghi così accoglienti , abitati da gente semplice, amichevole e cordiale, quasi magica nelle sue tradizioni che si mescolano con la confusa società del nostro tempo.

Arrivai a Matera la sera del 20 GIUGNO 1998, dopo un estenuante viaggio in treno. Ero felice di essere finalmente giunto in quella che sarebbe diventata la mia casa per molto tempo, ma ripensavo a coloro che mi avevano salutato con le lacrime agli occhi .

La mia sorellina Erika si era addormentata durante il tragitto tra le braccia di mia madre e tutti eravamo molto stanchi.

Ci sedemmo su una panchina ad aspettare impazientemente l'arrivo di un caro amico di mio padre che ci avrebbe accompagnato alla nostra abitazione .

Era una villetta in periferia circondata da un piccolo giardino, dove si ergeva un maestoso albero di limoni tutto fiorito , che spandeva un aroma delizioso, mentre intorno a noi vedemmo distese immense di campi coltivati, ancora in fiore.

Notai che le case che si trovavano nelle vicinanze non erano come la mia; avevano pareti scrostate con pietre antiche, squadrate a mano poste le une sulle altre .

Nei giorni seguenti fummo impegnati a portare valigie, casse e riporre ogni cosa nel luogo adatto della casa.

Proprio un pomeriggio mentre stavo sorreggendo un pacco nel giardino mi si avvicinò un anziano signore: era piuttosto basso, con lunghi baffi grigi, un cappello nero sulla testa, bretelle, bastone e camicia a quadrettoni, parlava in un modo molto buffo, spesso incomprensibile e per me doveva essere un vero esempio di dialetto lucano.

La nostra amicizia non era nata solo da uno scambio di idee, ma in particolare dai racconti riguardanti la nostra vita le nostre esperienze, i nostri sentimenti.

Mi raccontò la storia della sua infanzia difficile costituita da paure e sofferenze.

Della sua vita di povero contadino, bracciante, pagato pochissimo per lavorare molto, anche dovendo mantenere la povera famiglia.

Fu proprio il vecchio Pasquale il mio primo compagno fedele, che purtroppo ci lasciò dopo poco tempo e che ancora oggi ricordo.

Non ho conosciuto mai nessuno al di fuori di Pasquale che mi abbia saputo trasmettere tanto coraggio, gioia, rispetto della propria esistenza e di se stessi.

Ebbi anche altri amici della mia età, come i figli del vicino, Giovanni e Marco che si divertivano a correre dietro alle ragazze del quartiere.

Io imparai da loro l'arte del corteggiare e un giorno mi innamorai di Alessia, un amica che conobbi all'oratorio del paese.

Li trovai tantissimi ragazzi disponibili a fare amicizia con me, ma solo uno di questi, Gianluca, riuscì a capire veramente i miei sentimenti e problemi di nuovo arrivato; a lui devo la più grande passione della mia vita: suonare la chitarra.

Era un mattino di Luglio quando decidemmo di avviarci a Matera per fare shopping.

La città si ergeva dinnanzi ai nostri occhi con un aspetto urbano unico al mondo, infatti c'erano i "SASSI", antichi quartieri formati da edifici scavati nella roccia.

Lontano dal centro antico, si trovava la parte più moderna, composta da palazzine, ville, negozi artigianali, supermercati, industrie.

Molto spettacolare fu il mercato del paese, differente da quello a cui ero abituato.

Mio padre ci portò anche a visitare la redazione del giornale per il quale lavorava, che era stata la causa principale del nostro trasferimento e dopo aver conosciuto i suoi colleghi, fra l'altro molto simpatici ed accoglienti, decidemmo di assistere ad una festa molto particolare che si svolgeva il 2 Luglio di ogni anno nel centro della città; era la festa della Madonna della Bruna in cui un carro riccamente addobbato veniva accompagnato dagli abitanti per la città in una pittoresca processione e, al termine veniva distrutto dalla gente.

Dopo quasi cinque anni mio padre annunciò il nostro nuovo trasferimento al nord ed io ne fui molto amareggiato.

Piansi molto al pensiero di dover abbandonare ancora un volta i miei cari amici e soprattutto Alessia.

Io e lei, infatti avevamo stretto un legame molto forte e passavamo tutto il nostro tempo libero insieme.

Anche lei fu molto rattristata sapendo della mia partenza, ma le promisi che sarei tornato al più presto per potere portarla definitivamente via con me.

 

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VITA DA SCHIAVO

Era il 3 settembre 1943, quando Paolo scese dal treno della stazione di Melfi e poggiò i piedi sul suolo di quella terra, provò una sensazione di chi lascia la propria vita alle spalle.

Basilicata, terra di confine politico, per lui, scomodo, etichettato come oppositore politico del regime, nemico del partito del Fascio, ed ora messo a tacere qui, lontano dalla sua città d'origine e dai contatti che avrebbe potuto avere con i suoi compagni di lotta.

La prima immagine che si presentava davanti agli occhi di Paolo era quella di un paese povero e arretrato rispetto ai paesi del nord.

I monti scabri delle cime di roccia calcarea coperti dalla macchia mediterranea che profumava di resina e di legna .

E invece l' incontro con questa terra antica avvenne proprio attraverso la gente ; come scoprì Paolo, le persone erano solide come le pietre che componevano le loro abitazioni, a volte rudi come la roccia, che costituisce la materia dello Appennino Lucano.

Fu cosi' che, conducendo la sua vita da schiavo, costretto ai lavori piu' duri e continuamente controllato dai vigilanti , ritrovò , in questa gente lo stesso spirito di solidarietà dei suoi conterranei lasciati lontano , a Nord.

Capì lo spirito degli abitanti di questa regione, da sempre abituati a lottare per sopravvivere e per questo così disponibili ad accogliere i forestieri .

Del resto era già avvenuto in passato, quando nel XV secolo una comunità albanese in fuga dalle persecuzioni dei Turchi Ottomani, aveva trovato nelle terre che circondavano il centro di Barile disponibilità , solidarietà e accoglienza .

Fu così che Paolo,convinto di aver perso tutto, ritrovò se stesso attraverso i racconti dei contadini che, all'osteria, narravano di antichi rituali magici e gustavano cibi che anche lui conosceva e amava , come l'antica "salsiccia Lucanica " .

Scoprì il senso della vita e l'amore per il passato camminando su strade lastricate dai Romani antichi e comprese il valore di quella spiga di grano raffigurata sul Tarì, simbolo di Cerere, la dea che dispenza il cibo, solo a prezzo di dure fatiche.

Fu così che questa regione gli entrò nel cuore e, quando, terminato il suo periodo di confino politico, con l'arrivo degli alleati, dovette ritornare al nord portò con sé la forza e la determinazione che questa regione gli aveva trasmesso Così Paolo continuò a vivere , superando gli orrori della guerra e della dittatura , con la convinzione che lo spirito italico che accomuna le regioni d'Italia è l' esempio più bello della solidarietà e dell'amicizia fra gli uomini .

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