Giuseppe Gastaldi

tecnico tessile e imprenditore

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-Cognome e nome: Gastaldi Beppe.

-Data e luogo di nascita: 23/12/1920, Chieri.

-Che lavoro (o quali lavori) ha fatto nella sua vita? Dal più semplice delle spole, fino ad essere il tecnico dell'azienda.

-Dove ha lavorato? Nell'azienda tessile di famiglia, a Chieri.

-Per quanti anni ha lavorato? 56-58 anni, dal 1932 al 1988.

-Quanti anni aveva quando ha iniziato a lavorare? Dodici.

-In famiglia, chi lavorava come Lei in tessitura? Tutta la famiglia, quattro fratelli e due sorelle

-Ha svolto altre mansioni nella sua vita? No.

-In che cosa consisteva il suo lavoro?

Lasciata la scuola, a dodici anni cominciai a lavorare alle spole; dopo tre o quattro anni capii che avevo sbagliato a smettere di studiare e seguii un corso serale organizzato dalla biblioteca di Chieri ed ebbi come insegnante Giuseppe Vasino e poi un famoso disegnatore: Girardi. In seguito frequentai un corso serale a Torino all'istituto Del Piano; avevamo gli stessi insegnanti del mattino, il corso durò tre anni dalle 20.30 alle 22.30. Poi feci ancora un anno per perfezionarmi nella parte meccanica. Il corso era domenicale e così, con le conoscenze che avevo e con quanto avevo imparato da mio fratello, maggiore di me di diciannove anni, cominciai a fare il tecnico. Nel 1940 mio fratello si ritirò dalla fabbrica, aveva già dei figli grandi che potevano aiutarlo e, poi, c'erano "troppi galli nel pollaio"; e così io ho dovuto prendere il suo posto. Questo lavoro è quanto di più interessante ci può essere in una azienda tessile: consiste nel vedere un determinato tessuto, saperlo valutare e riprodurre risparmiando sia nel filato sia sulla mano d'opera, in modo da essere competitivi sul mercato. Bisogna, oltre a dare il colore, sentire che le stoffe abbiano una certa consistenza e morbidezza. Inoltre c'erano due tipi di mercato: quello del Sud richiedeva disegni più grandi e tinte vivaci, quello del Nord e toscano richiedeva disegni più piccoli più fini: "tessuti disegnati nel fino".

Una delle operazioni preparatorie alla tessitura è la bobinatura: bobinare vuol dire dipanare le matasse grezze; si portavano al tintore, quando ritornavano si mettevano sull'aspo che poi si tendeva e si dipanava la matassa. Il filo passa in un tubicino in vetro e si fa il rocchetto che serve per metterlo sulla cantra, tutti insieme, i rocchetti (50-100) vengono dipanati e si portano sull'orditoio, passando attraverso delle lamelle. Secondo la sezione, si fanno pezzi da 10-12-15 secondo la proporzione dei fili che si devono mettere sul subbio. Si dividono i fili che occorrono per i fili che ci sono sulle cantre e si sa quante sezioni si devono fare e si ha la proporzione; e allora si alza e si abbassa questo pettine fatto a ventaglio per poter arrivare a fine di tutte queste sezioni e si fa il cavo, che va su un cilindro di 2,20 o 2,50 metri e si passa sul subbio per portarlo a telaio e fare le stoffe.

Quando ho incominciato io, l'orditoio invece di essere orizzontale era verticale, c'erano solo i telai a mano, i subbi erano 100-150 metri di lunghezza. L'orditoio si girava a mano: occorreva una persona un po' robusta: c'era un banco basso con una ruota in bilico su un ferro che poggiava su di un cuscinetto, sopra c'era una maniglia. L'operaio si sedeva sul banco per tenerlo fermo, girava la maniglia e girava la ruota; c'era sotto una corda di cuoio (coràm= leggi curàm) fine che veniva arrotolato in modo che fosse elastico e, facendo questa pressione, faceva girare questo tamburo verticale sul quale noi, quando eravamo piccoli, ci sedevamo per andare in giostra. Si faceva così il subbio, che veniva tolto a mano, e si faceva una matassa sovrapposta su un pezzo di stoffa che si portava in cortile, dove c'erano tre sbarre di legno: quella centrale a 40 cm, le altre di 20 cm, e si faceva passare tutto questo volume di fili attraverso quelle tre sbarre; poi passava in un pettine di legno al quale si toglieva il cappuccio di sopra e si facevano passare i fili uno per uno o due per due. Due tenevano il pettine, gli altri due andavano al subbio; si faceva girare e si tirava su il subbio a mano. Era proprio l'inizio del lavoro; quando non c'erano ancora i telai meccanici, che sono usciti solo nel 1926-27. Prima i telai erano a mano, i più alti 70 cm. e poi, quelli dei copriletti, 220 cm. Questa altezza era necessaria per fare lo spazio “testa-piedi”.

Quando si facevano le frange, si lasciava il filo e le donne annodavano a mano a casa.

-Quante ore lavorava la settimana e al giorno? Alla settimana 44 ore. Al giorno 10 ore. Quattro o cinque ore al sabato.

-Era pericoloso o faticoso il lavoro che svolgeva? Faticoso sì, le balle di filato pesavano 220-250 kg, erano pressate in un involucro di juta e, tranne pochi, tutti davano una mano quando ce n'era la necessità.

-In che cosa il suo lavoro era diverso da quello che attualmente fanno i suoi colleghi? Ora è tutto diverso. Ci sono ditte che fanno solo il disegno, una volta lo faceva il tecnico; era facile sbagliare anche per l'accostamento dei colori, attualmante non si tinge quasi più il filato ma si stampa il tessuto finito.

-Ha dei ricordi? Nel 1932, quando non c'era lavoro, si dava lavoro a casa ai singoli operai che facevano la "frèita" una certa quantità che non poteva essere superata. Insomma si divideva il lavoro che c'era per gli operai che si avevano. I ricordi sono tanti: il lavoro si svolgeva come in famiglia, anche con gli operai c'era un rapporto, per così dire, di amicizia. Chieri a quell'epoca aveva circa 9000 abitanti, ci conoscevamo tutti, e tutti sapevano se c'era qualcuno che stava male. Dovete sapere che allora una tessitrice prendeva 0,90 centesimi l'ora e una spolatrice 0,73. Le famiglie permettevano alle ragazze di tenere il guadagno che a loro serviva per comprarsi le calze o cose simili. Erano le operaie che chiedevano di poter lavorare il sabato pomeriggio. Qualche volta, raramente, lavoravano anche la domenica mattina.

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